Il Primo Giorno Della Creazione

Francesco Arena Il primo giorno della creazione Studio Trisorio, Napoli La mostra riunisce quattro opere — tre in bronzo e una in pietra — realizzate nell’ultimo anno. Si tratta di lavori autonomi, nati in momenti diversi ma accomunati da una medesima ricerca che attraversa la materia, la forma e la parola scritta. Le quattro sculture si confrontano con le strutture fondative della cultura umana: la ricerca del divino, l’ineluttabilità del tempo, il sogno e l’uomo, la creazione. La mostra è concepita come un paesaggio, e lo spazio di via Carlo Poerio — con la sua visione frontale — ne accentua questa caratteristica. Il titolo della mostra è tratto da una delle opere esposte, L’alba, installata sulla parete di fondo come un Sole di pietra che sorge dall’orizzonte e illumina le altre opere, tutte in bronzo: tre sculture che assumono la forma di oggetti immediatamente riconoscibili — una clava, un escremento, uno sgabello — poggiate sul pavimento, come oggetti creati, desiderati e infine abbandonati da un uomo.

L’alba, 2025

Pietre, libro, metallo; cm 41x14x62

L’opera è un sole di pietra che sorge, un frammento di paesaggio cristallizzato nel tempo. Due pietre piatte e forate, appese alla parete tramite un supporto in ferro, stringono tra loro un libro del quale è visibile soltanto la parte inferiore della copertina, su cui si legge la frase: Il primo giorno della creazione.

La frase, estrapolata da L’isola di Arturo di Elsa Morante, compare in una vecchia edizione Einaudi come sintesi del libro, riportata nella parte bassa della copertina.

 

 

 

The Club, 2025

Bronzo; cm 65x13x12 (chiuso)

Una clava da cavernicolo, di quelle con cui i bambini giocano solitamente a Carnevale, innocua perché in plastica, è stata realizzata in bronzo e divisa longitudinalmente in due parti di uguali dimensioni. Sulle due superfici interne così ottenute sono incise, su una metà, le lettere G e D, spaziate tra loro per lasciare posto a un altro carattere, mentre sull’altra metà è incisa al centro la lettera O, posizionata in modo che, una volta ricongiunte le due parti della clava, all’interno si componga la parola GOD.

Gioco, invenzione, violenza, fede, idolatria: tutte queste dimensioni si mescolano nell’opera, che possiede un interno e un esterno, un prima e un dopo. È un oggetto oppure due; è potenzialmente un’arma o qualcosa che richiede venerazione. È molte cose insieme, intrecciate e ambigue.

The Dream, 2025

Bronzo patinato; cm 17x10x10

Nell’opera The Dream la frase «We are such stuff / As dreams are made on, and our little life / Is rounded with a sleep», pronunciata da Prospero ne La Tempesta di Shakespeare, è incisa su una forma che richiama quella di un escremento umano avvolto su sé stesso.

L’opera assume l’aspetto di ciò che ci ripugna e che tendiamo a occultare immediatamente. In Massa e potere, Elias Canetti scrive: «Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato in escremento. […] L’uomo è veramente solo soltanto con i suoi escrementi».

Le citazioni intorno alla “cosa” in questione potrebbero essere innumerevoli, tanto in ambito letterario quanto in quello artistico. The Dream è presente, immediatamente riconoscibile, e appartiene a tutti — come i sogni.

 

 

 

 


Une âme, 2025
Bronzo; cm

Une âme è il calco in bronzo di un piccolo sgabello in legno realizzato da mio padre a metà degli anni Novanta. La fusione in bronzo ne conserva, fissandole nel tempo in un materiale resistente, le tracce d’uso impresse sul manufatto originale.
Lo sgabello ha accompagnato la mia vita fin da quando ero ragazzo: ha seguito prima la mia famiglia d’origine in alcuni traslochi e, più tardi, ha continuato a far parte della mia quotidianità e di quella di mia moglie e di mia figlia. Lo sgabello originale è tuttora presente nella nostra abitazione, regge una pila di libri e continuerà a trasformarsi lentamente con il passare del tempo, mentre la sua copia in bronzo rimarrà cristallizzata all’età di trent’anni.
Su un lato dell’opera c’è quello che, nell’originale, è un pezzo di carta fermato con due puntine da disegno; sopra è incisa la frase Le présent n’exist pas, in riferimento al destino dell’opera che esiste al di fuori del tempo e al modo in cui il presente è così rapido da essere, un attimo prima, futuro e, un attimo dopo, passato. È un tempo impossibile da fermare, in un continuo progettare ciò che sarà e ripensare a ciò che è stato.
Gli oggetti conservano tracce di quello che è stato, degli stati d’animo di chi gli ha maneggiati, del desiderio di chi gli ha voluti e del rifiuto di chi gli ha abbandonati.
Il titolo dell’opera nasce da una frase presente in London di Louis-Ferdinand Céline che descrive benissimo questo:
«Elle est dure la peine qui monte des objets quand personne ne veut plus d'eux. On n'a ni défense, ni rigueur pour l'ameublement. La mort d'un ornement c'est la mort d'une âme. Un peu de grimace et de honte et c'est fini. »
(È duro il dolore degli oggetti quando nessuno li vuole più. Di fronte al mobilio non abbiamo né difese né fermezza. La morte di una suppellettile è la morte di un’anima. Una rapida smorfia di vergogna ed è finita.)